
Kristin Harila volta pagina
Lo sguardo al futuro di un’atleta da record (eppure così umana)
Kristin Harila, scalatrice ed ex fondista norvegese, è tornata da poco dall’ennesima, intensa, spedizione in Himalaya. Kristin ha quarant’anni, e negli ultimi dieci ha progressivamente passato sempre più parte della sua vita tra i giganti della terra. Il suo nome è legato ai record ed alle salite in velocità che hanno stupito, e talvolta diviso, il mondo della montagna. Ed in effetti, anche questa volta ha fatto centro, completando in velocità la Triple Crown. Ha cioè concatenato nell’arco della stessa stagione, o più precisamente nel giro di dieci giorni, le vette di Nuptse (7861mt), Lhotse (8516mt) e Everest (8848mt).
Tornata a casa però qualcosa è cambiato. Ha dichiarato che forse è arrivato il momento di voltare pagina. L’abbiamo quindi contattata per una chiacchierata che va oltre la pura impresa. Perché Kristin, prima di essere una macchina da guerra che sembra non conoscere la fatica, è una donna, con le sue emozioni e la sua fragilità, molto vera e molto umana. E gli esseri umani hanno la affascinante capacità, dopo aver raggiunto performance strabilianti, anche di cambiare ed evolvere. Questa è la vita degli atleti di alto livello, e forse, in fondo, quella di tutti noi.

Kristin, alle spalle hai innumerevoli spedizioni in Himalaya. Cosa ti spinge ogni volta a tornare e qual è la parte del viaggio che ami di più?
“Io amo visceralmente le montagne. Vivo per scalare le montagne e quando lo faccio mi sento così realizzata da sentirmi me stessa. La scalata in sé è per me la cosa più bella. Ma c’è anche il campo base: spesso i media ne dipingono un’immagine negativa, descrivendolo come un ambiente tossico e iper-competitivo. Io, al contrario, vi ho trovato una comunità splendida. Ogni volta che torno in Nepal mi sembra di rientrare in una seconda casa, accolta da persone che mi vogliono bene. C’è chi mi aspetta, e ci sono altre persone da conoscere, altri incontri con cui stringere nuovi legami.”
Frequenti la montagna anche a quote più basse, nella quotidianità?
“Che io mi trovi a casa in Norvegia o in spedizione, il mio obiettivo è passare più tempo possibile in mezzo alla natura. Poi però mi accorgo di vivere sempre in una sorta di trappola emotiva: quando sono a casa non vedo l’ora di ripartire per andare in montagna, ma comunque quando sono lassù sento la nostalgia di casa. Ho tanti amici che mi aspettano, anche se non ho costruito una famiglia: quello che faccio in quota è forse troppo rischioso per permettermelo, e le lunghe assenze non aiutano.”
Come hai iniziato questo percorso e perché?
“Per sbaglio, o meglio per caso. Dieci anni fa ho fatto un viaggio in Africa e ho salito il Kilimangiaro: lì mi si è aperto un mondo. Tre anni dopo quel viaggio ho lasciato il lavoro per inseguire le montagne a tempo pieno. All’inizio non è stato facile, ma ho sempre avuto fiducia in me stessa.”
E adesso? Cosa ti aspetta dopo questo ultimo traguardo?
“Sento che è il momento di chiudere questo capitolo e aprirne uno nuovo. Ho corso dei rischi e sono stata fortunata. Per anni la mia vita ha ruotato esclusivamente intorno alle spedizioni. Prima di partire c’è un lavoro immenso di logistica ed organizzazione. Quando torni, il corpo ha bisogno di un tempo di recupero enorme, molto più lungo di quanto si possa immaginare.. E non appena ti sei ripresa, è già ora di pianificare la partenza successiva. Ora sento che voglio altro dalla vita.
Sto seguendo un progetto di formazione dedicato a sherpa e portatori nepalesi. Dopo tutto quello che ho visto in questi anni, voglio provare a dare il mio contributo per ridurre gli incidenti in Himalaya. Purtroppo, ancora oggi molti lavoratori d’alta quota non sono pienamente consapevoli dei rischi o non hanno una formazione e preparazione tecnica adeguata.”
Quindi la Kristin atleta finirà in un cassetto?
“Assolutamente no! Voglio esplorare il mondo delle ultra maratone in montagna, le gare da cento e più chilometri. Ci sono così tanti sentieri e percorsi meravigliosi in tutto il mondo: sarà la scusa perfetta per scoprire nuove montagne, e, ne sono certa, imparare ancora qualcosa su me stessa.”
Il tuo sguardo femminile sulle spedizioni in alta quota è una testimonianza preziosa: come vedi la presenza delle donne in questo settore?
“L’alta montagna è ancora un ambiente fortemente maschile: basti pensare che le donne rappresentano appena il 20% di chi ottiene il permesso per scalare l’Everest. Questo divario si riflette anche nel mondo degli sponsor. Qualche anno fa, i piumini integrali da spedizione venivano disegnati e prodotti solo per l’anatomia maschile. La mia prima tuta d’alta quota era da uomo e ho dovuto modificarla e adattarla da sola. All’inizio è stata dura. Il mio mantra è sempre stato quello di ascoltare i segnali del mio corpo e ricordarmi che non dovevo dimostrare niente a nessuno. Oggi le cose sono più semplici: sono una figura conosciuta e mi sento più apprezzata e rispettata, anche nel mio essere donna. La situazione sta lentamente migliorando, ma la strada da fare è ancora lunga!”
Che consiglio ti senti di dare alle donne che frequentano la montagna?
“Muovetevi sempre un passo alla volta, step by step, senza fretta. Le montagne si salgono così, con pazienza. E poi un consiglio valido per chiunque: affidatevi alle guide alpine. Sono i veri punti di riferimento nel mondo della montagna. Le tappe che ho condiviso con loro sono state esperienze di immenso valore: tutto ciò che ho imparato al loro fianco è un bagaglio prezioso che mi porterò dentro per sempre.”








