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Charles Duboulo during his solo winter trilogy ascent

“Non sono un tipo da numeri: i numeri non sono mai il modo migliore per riassumere un’avventura”.

 

Ci ha risposto così l’alpinista francese Charles Dubouloz, quando gli abbiamo chiesto di spiegarci meglio la sua trilogia invernale in solitaria.
Charles ci ha ricordato, come l’anno scorso dopo la sua spedizione al Gasherbrum IV, che oltre alle sfide create per battere i record o per raccontare una performance straordinaria, esistono i viaggi: le avventure che nascono per ascoltare ciò che la montagna ha da dire, quando ti trovi unico testimone del tuo stesso respiro, dei tuoi pensieri e, quelle poche volte che hai coraggio di parlare da solo, della tua voce.


Questa esperienza racconta il gelo e la solitudine dell'inverno, una trilogia che attraversa le Alpi e i Pirenei, legando chilometri di asfalto in sella a una bici, pareti verticali di roccia e ghiaccio e notti in tenda sotto infinite stelle, o in mezzo alla bufera. Non si è trattato di una corsa contro il tempo, ma di una prova di resilienza. Attese eterne, decisioni prese in un istante, per Charles scalare in solitaria significa, più che essere soli, trovarsi a fare i conti faccia a faccia con sé stessi, tra i dubbi che arrivano dall’esterno e la propria determinazione che spinge da dentro.

In questa intervista scopriamo il dietro le quinte di un progetto fatto di fatica, tanto tempo passato a pedalare e scalare, sempre camminando su quella linea sottile che separa la paura dalla concentrazione assoluta.

 

Charles Dubouloz during a solo winter ascent on a steep alpine face

 

Charles, complimenti per questa grande avventura! Raccontaci alcuni numeri del tuo viaggio.


“Mmm, ok ci provo! Anche se non sono decisamente un tipo da numeri. Per me, anche se è importante sapere cosa andrò a scalare o quanti chilometri dovrò percorrere in sella, i numeri non sono mai il modo migliore per riassumere un'avventura. Per esempio, se ti dicessi che ho pedalato circa 140 chilometri al giorno durante questo inverno, potresti dire: "Sì, è normale". Ma i numeri non ti dicono che stavo trainando un rimorchio carico di materiale e attrezzatura, o che il vento mi soffiava spesso dritto in faccia! Ecco perché non sono un grande fan dei dati. Ma per rispondere alla domanda, provo a fare un bilancio approssimativo:

Circa 100 tiri scalati durante la trilogia.
Circa 1800 chilometri in bicicletta.
10 notti in bivacco sulle vie, e fin troppe notti passate all'aperto in mezzo alla natura!”

 

Dove hai alloggiato o aspettato durante i periodi di maltempo? 


“Per lo più stavo fuori in tenda, aspettando una finestra di bel tempo… ma quando mi trovavo nei Pirenei, dopo tre settimane di attesa, sono tornato a trovare la mia famiglia ad Annecy e sono rimasto lì per tre settimane prima di ritornare per scalare il Pic d’Ossau.”

 

Avevi già percorso le vie di questo progetto in condizioni più facili? Magari in estate e con dei compagni di cordata?


“Sì, avevo già scalato Divine Providence in estate cinque anni fa con Christophe Dumarest… in giornata! Ma in inverno è decisamente un'altra storia. Non ero mai stato sulla via Gamma nel massiccio degli Écrins prima d’ora, mentre avevo già tentato la parete nord-ovest del Pic d’Ossau lo scorso inverno, in solitaria. Quella volta ci ho provato, con davvero tanta determinazione, ma le condizioni non erano affatto buone e sono dovuto tornare indietro…”


Hai deciso le vie da scalare all'inizio o man mano che andavi avanti?


“Bella domanda. La prima via, Divine Providence al Monte Bianco, l’avevo decisa prima di partire, perché per me era importante raggiungere la cima del Monte Bianco come prima tappa di questa trilogia. La mia opzione preferita era proprio Divine, perché è ripida, dura e impegnativa: tutto ciò che cerco in montagna! Per le altre due vie, sono rimasto flessibile in base alle condizioni... ma il mio obiettivo era comunque scegliere linee severe.”


Perché affrontare un progetto del genere da solo e non con un amico? Cosa cerchi nell'esperienza in solitaria?


“Ciò che amo più di ogni altra cosa in realtà è proprio condividere le avventure. Ho molti amici a cui voglio bene, ma a volte mi piace anche stare solo. L'arrampicata in solitaria è molto potente perché devi risolvere ogni problema con le tue sole forze. È decisamente più difficile, ma è un percorso interessante da seguire. Penso che questo modo di scalare mi abbia aiutato a diventare l'uomo che sono oggi. Tuttavia, credo che queste siano state le mie ultime ascensioni in solitaria! Inizio a invecchiare, e non voglio abusare di questo stile. È molto impegnativo e a volte finisci per giocare con la fortuna… e io, ora, sento che non voglio più rischiare troppo.”

 

 

Charles Dubouloz during his trilogy winter ascent on a steep alpine face

 


Quali sono le tue sensazioni quando sei solo in parete? Sei calmo o senti la pressione?


“Penso di essere calmo, ma mi sento sempre un po' stressato. Credo sia fondamentale provare stress e paura, perché è il modo migliore per rimanere concentrati. Se non provi queste sensazioni durante un'ascesa in parete di sei giorni, c'è il rischio di commettere un errore fatale.”


Hai in programma di fare qualcosa di simile su roccia in estate?


“No no! Penso davvero che quelli che ho percorso questo inverno siano stati i miei ultimi tiri in solitaria.”


Come ci si prepara per una sfida del genere, sia fisicamente che a livello logistico?


“Penso che la parte più importante della preparazione sia l'esperienza. Non puoi iniziare la carriera con un grande progetto come questo; devi scalare molto prima e sviluppare tutte le tue abilità alpinistiche. Prima di questa trilogia ho fatto molte solitarie, passo dopo passo. Solo quando ti senti pronto, ci provi. Dal punto di vista logistico, la preparazione ha richiesto più tempo del solito perché ho dovuto mettere in conto preventivamente la parte ciclistica. Avevo bisogno di un rimorchio e di molta attrezzatura che non possedevo. Mi è servito circa un mese solo per trovare tutto il necessario e preparare i bagagli.”


Ti sei mosso completamente senza supporto esterno?


“Ho cercato di trasportare la maggior parte dell'attrezzatura da solo, ma era impossibile far stare tutto sulla bici, quindi in realtà non ero completamente senza supporto... tranne durante le ascensioni. Una volta che mi trovavo in parete, ero completamente autonomo.”


Qual è la filosofia che hai seguito nel tuo progetto?


“Direi che non avevo un’etica particolare. Niente ecologia o cose del genere: solo il desiderio e la voglia di vivere una lunga avventura all'aperto. Era quello che cercavo. Un lungo viaggio, non solo una scalata difficile per poi tornare a casa subito dopo. Il tempo per me contava, ma non nel modo in cui lo usiamo di solito. In questo caso, infatti, volevo passare più tempo possibile fuori, nella natura.

 

 

Charles Dubouloz on a solo mountaineering ascent in harsh winter conditions