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Four Perfect Minutes

Per quattro anni, Café Colombia è stata molto più di una semplice via. È diventata un’ossessione, un confronto quotidiano con il dubbio, la frustrazione, la precisione e la ricerca della perfezione. Tentativo dopo tentativo, la linea richiedeva tutto: forza nelle dita, resistenza, controllo mentale e, soprattutto, pazienza.

Quando finalmente è riuscito a chiudere la via, non è stato perché la parete fosse improvvisamente diventata più facile. È stato perché, per quattro minuti perfetti, tutto si è allineato.

In questa intervista entriamo nella mente di Jorge Diaz Rullo, il climber dietro una delle first ascent più impressionanti degli ultimi anni, esplorando le battaglie mentali, i dettagli microscopici e le lezioni apprese dopo aver chiuso un capitolo che per lungo tempo sembrava impossibile.

 

 

Il momento del “send”: L’anno scorso parlavi della necessità della perfezione. Cos’era diverso il giorno in cui hai finalmente chiuso Café Colombia? Hai percepito fin dall’inizio che potesse essere il tentativo giusto?

 

Non sembrava una giornata particolarmente speciale prima di iniziare. In realtà, non avevo la sensazione che sarebbe stata quella buona.

Una volta sulla parete, ciò che ha fatto la differenza è stata l’efficienza. Sono riuscito ad arrampicare con un livello di precisione persino migliore rispetto a molti altri grandi tentativi precedenti. Tutto fluiva dentro un ritmo che avevo già interiorizzato, senza bisogno di forzare nulla o fare correzioni. Mi sentivo letteralmente come se stessi galleggiando: sono stati i quattro minuti di arrampicata più perfetti della mia vita.

 

Dettagli: Raccontaci qualche micro dettaglio a cui hai prestato attenzione. Magari anche qualcosa sulla scarpetta da climbing Chimera.

 

In questo progetto ho curato ogni minimo dettaglio come mai prima d’ora. Ho cercato di essere il più analitico possibile come climber e, unito al mio livello di autoesigenza, credo di aver davvero fatto tutto ciò che era sotto il mio controllo.

Sarebbe folle descrivere tutti i dettagli che ho in testa riguardo alla via, ma il mio focus è sempre stato sull’aspetto mentale, sul timing e sulla precisione di ogni presa e di ogni appoggio. Una cosa assolutamente decisiva è stata la scelta della scarpetta giusta. Fin dall’inizio ho scelto Chimera: sono perfette per questo tipo di piccoli appoggi, grazie a quel bilanciamento tra rigidità della suola e flessibilità. Erano l’opzione più efficiente per stare davvero in piedi su quelle minuscole tacche della parete.

 

 

Dal dubbio al successo: L’anno scorso avevi parlato delle difficoltà legate alla fiducia in te stesso su questa linea. Che sensazione è stata dimostrare finalmente a te stesso che la via era possibile?

 

Senza dubbio, la parte più dura del progetto è stata gestire la frustrazione e, insieme a essa, molte volte anche la mia autostima. Inoltre, trattandosi di una via ancora inviolata, il dubbio sul fatto che fosse davvero possibile è sempre presente, e quei pensieri giocano contro di te.

Ci sono stati molti giorni, persino interi periodi, in cui sentivo di stare andando indietro. Ho preso molte batoste, e rialzarsi dopo alcune di queste è stato davvero difficile. In un progetto che ti spinge così oltre, per così tanto tempo, attraversi ogni tipo di emozione, e la parte più difficile è sempre continuare ad andare avanti.

Quello che forse è cambiato nell’ultimo anno è che ho capito che questa sfida mi avrebbe reso un climber migliore. Ho spostato il focus più sul migliorarmi sulla via che semplicemente sul salirla. Questo mi ha reso più analitico e ho iniziato a vedere un progresso costante, al di là del semplice fare buoni tentativi. Anche quando ero molto vicino negli ultimi giorni, cercavo di ignorare il fatto di riuscire o meno a chiudere: pensavo solo a fluire sulla parete.

 

Il grado: Proporre un grado per una First Ascent è una grande responsabilità. Come ci si sente a dare quel numero?

 

È sicuramente qualcosa che ho sentito come una grande responsabilità, ancora di più considerando il livello e la possibilità che possa essere una delle vie più difficili del mondo.

Allo stesso tempo, quando è arrivato il momento di proporre il grado, mi sentivo tranquillo perché ero molto sicuro di me stesso, ma anche emozionato. Non mi ero mai davvero fermato a pensare alla difficoltà fino a dopo averla salita, e questo, di per sé, significava che finalmente ero riuscito a chiudere la via. Era il momento di esprimere la difficoltà che avevo percepito, insieme a tutto il sacrificio e lo sforzo che avevo investito in questi anni per realizzare questa prima ascesa.

 

 

Jorge Diaz Rullo ascending Café Colombia

 

 

Il cambiamento mentale: Hai lavorato molto con uno psicologo sportivo per gestire la frustrazione di questo progetto. In che modo la chiusura di questo capitolo durato quattro anni ti ha cambiato come climber e come persona?

 

Un progetto del genere, protratto così a lungo, ti insegna ogni tipo di lezione, non solo come atleta ma anche a livello personale.

Migliorare sotto questo aspetto ha cambiato il mio modo di pensare e di approcciare i progetti. Mi sento più maturo come climber e sono sicuro che tutto questo sarà una risorsa in più per le sfide future.

 

L’essenza della linea: Dopo aver passato così tanto tempo su questi 30 metri, c’è un movimento o una sezione che senti rappresentare davvero il cuore di Café Colombia?

 

È una via di resistenza: 40 movimenti, quasi senza riposi, su uno strapiombo con prese piccole, allungate e appoggi piuttosto scarsi.

La difficoltà non è concentrata in un singolo movimento, ma nella necessità di mantenere lo stesso livello per tutta la via. Tutto deve funzionare contemporaneamente: forza delle dita, resistenza, precisione e ritmo. Ogni piccolo errore è cruciale.

In realtà non mi ci sono voluti così tanti giorni per fare le sezioni singolarmente: credo intorno al giorno 25 riuscissi già a farle con un resting. Ma la vera difficoltà era collegare tutto insieme. Ogni movimento pesa tantissimo e direi che il vero cambio arriva nella sezione finale, dove arrivi molto affaticato e affronti un crux più definito.

 

 

Una vittoria condivisa: Una volta hai detto che ti sentivi solo nel provare questa via. Chi era con te il giorno del redpoint e quanto è stato importante il loro supporto?

 

Il momento della salita è stato incredibile. È vero che mancavano alcuni amici e avrei voluto che fossero lì, perché avevo condiviso con loro gran parte del processo.

Per fortuna però la falesia era piena di energia e ho comunque potuto condividere quel momento con molti amici. In particolare, il mio coach Ekhioz Alsasua era sotto a incitarmi; la mia compagna Mariana Fierro era dall’altra parte della corda; e il mio amico Jaume Cebolla era accanto a me a filmare la salita. Prima di partire per il tentativo avevo una motivazione alle stelle.

 

E adesso? Ora che la tua mente è finalmente “libera” da questa ossessione, ti lancerai subito su altri mega progetti di FA o grandi linee come DNA, oppure senti il bisogno di viaggiare e arrampicare in modo più vario per un po’?

 

Era prevedibile che dopo una battaglia così grande avrei sentito un calo, sia fisico che mentale.

In questo momento penso sia davvero importante riposare e prendermi del tempo per elaborare tutto, perché anche dopo una settimana faccio ancora fatica a credere di esserci riuscito davvero.

Ho molti progetti in mente e, in particolare, quest’anno mi piacerebbe tornare un po’ al boulder: sono curioso di vedere fin dove posso spingermi in quello stile. Ma per ora il piano è passare qualche mese, fino all’estate, arrampicando in posti diversi, godendomi il tempo con gli amici e riconnettendomi con me stesso. Nel breve termine non mi vedo tornare su qualcosa di impegnativo quanto questo progetto.

 

Un consiglio per chi è ancora alla ricerca: Qual è la lezione più importante che Café Colombia ti ha insegnato e che condivideresti con qualcuno bloccato nel proprio progetto “impossibile”?

 

Penso che la lezione più importante sia stata capire che non bisogna mai smettere di lottare per i propri sogni. Anche quando arrivano gli ostacoli, bisogna continuare a stare sul proprio cammino: senza fretta, ma senza fermarsi mai, godendosi tutto il percorso.

A volte, quei sogni diventano realtà.

 

Prima che Café Colombia diventasse realtà, c’erano solo tentativi, dubbi e una visione ancora tutta da costruire. Leggi l’intervista pubblicata lo scorso anno sul progetto Café Colombia.